Stanchezza da cancro: ecco le prime linee guida europee


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 Un forte senso di debolezza e di affaticamento che può durare anche per anni. Parliamo della fatigue o stanchezza da cancro, una condizione che interessa circa due terzi delle persone colpite da tumore. Il 40% dei pazienti la manifesta già al momento della diagnosi, mentre quasi tutti - circa il 90% - durante la chemioterapia e la radioterapia. Ma spesso il sintomo è sottovalutato, anche perché non sempre è riferito dal paziente durante la visita. Ora, dopo anni di studio e di osservazione del fenomeno, sono state pubblicate le prime linee guida europee sulla diagnosi e il trattamento della fatigue. Le linee guida - approvate dalla European Society of Medical Oncology (ESMO) - sono state sviluppate a partire da uno studio pubblicato alcuni mesi fa da un gruppo di ricercatori europei sulla rivista Annals of Oncology. Primo autore è Alessandra Fabi, responsabile dell’Unità di Fase 1 e Medicina di Precisione dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma.

Uno strumento prezioso

Si tratta di un importante passo avanti e uno strumento prezioso che vuole principalmente aiutare i medici a comprendere e affrontare questa complessa condizione che può essere non solo di tipo fisico, ma anche cognitivo ed emotivo. Inoltre, in questo periodo la pubblicazione delle linee guida si rivela molto utile: l’emergenza Covid e le necessarie misure di sicurezza hanno avuto importanti ripercussioni sulla vita di tutti noi. E, ancor di più, sulla vita delle persone malate di tumore. “Purtroppo - evidenzia, infatti, Gennaro Ciliberto, Direttore Scientifico dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma - assistiamo a un aumento della predisposizione alla fatigue nei pazienti oncologici che sono significativamente provati dal punti di vista emotivo”.

Niente farmaci, ma esercizio fisico e mindfulness

Ma qual è la migliore cura per contrastare il disturbo? Per ora, le linee guida non indicano nessun farmaco specifico, ma raccomandano esercizio fisico aerobico, tecniche di mindfulness, yoga e interventi psicosociali. Nei pazienti oncologici, durante e dopo il trattamento, la prolungata inattività - causando perdita di massa muscolare e forza - è infatti un elemento che “alimenta” la fatigue. Questo stato gradualmente influisce sulla possibilità di compiere gesti semplici come salire le scale o mantenersi in equilibrio, e può condurre a problemi cardiovascolari e a un aumento dell'ansia e della depressione. Un programma strutturato di esercizio fisico che mira ad aumentare la massa muscolo-scheletrica del paziente, permette dunque di migliorare la qualità di vita e aiuta a contrastare la “fatica”. Gli steroidi possono avere effetti benefici solo in alcuni pazienti selezionati, mentre per il momento si sono rivelati molto insoddisfacenti i farmaci psicostimolanti e antidepressivi.

Spesso il sintomo è sottovalutato

Proprio per il suo carattere multidimensionale, raramente il sintomo è diagnosticato, ma la probl
ematica emerge soprattutto sulle pagine social create dagli stessi gruppi di pazienti. La “fatica legata al cancro” è, infatti, un contenitore di situazioni di inadeguatezza soggettiva: è ciò che la persona racconta. Si differenzia da altri tipi di stanchezza per la sua persistenza e per l'incapacità di alleviarla con il riposo o il sonno ristoratore. Fino a pochi anni fa, era impossibile misurarne la gravità, ma oggi è identificata e misurata attraverso questionari convalidati a livello europeo. “Si tratta di un traguardo recente e importantissimo che abbiamo raggiunto grazie alla individuazione di strumenti di screening che tengono conto della natura multifattoriale del disturbo e consentono così la gestione mirata e multidisciplinare dei sintomi”, spiega Alessandra Fabi. “Tuttavia resta ancora difficile il management: pazienti con una intensità di fatigue simile possono avere livelli molto diversi di disabilità. Rimuovere la fatigue durante la terapia - precisa Fabi - vuol dire migliorare l’aderenza alle cure. Esserne liberi una volta terminate le terapie oncologiche dà, infatti, modo di riprendere in mano la vita. Dopo il cancro la persona ri-crea la propria esistenza e deve farlo con attenzione e consapevolezza della sfera psico-corporea”.

L’importanza dello studio

“È molto importante - spiega Francesco Cognetti, Direttore di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Regina Elena di Roma e Presidente Fondazione Insieme contro il Cancro - che le indicazioni fornite nello studio scientifico pubblicato su Annals of Oncology alcuni mesi fa, siano state recepite dalla Società europea di Oncologia Medica in forma di linea guida. Finora, infatti, la comunità degli oncologi, pur essendo consapevole del fenomeno, non possedeva meccanismi certi per la sua individuazione, rendendosi necessaria anche la diagnosi differenziale rispetto ad altre condizioni che possono far insorgere la fatigue, e soprattutto non aveva sufficiente conoscenza dei mezzi terapeutici con cui questa condizione può essere affrontata adeguatamente. Il lavoro è opera di due brillanti ricercatrici del nostro paese, la dottoressa Alessandra Fabi del Regina Elena di Roma e la dottoressa Carla Ida Ripamonti dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano”.