Coronavirus, quello che hanno bisogno di sapere i malati con un tumore del sangue


 Non ci ammaleremo tutti ci coronavirus, ma (proprio come accade come molte sindromi influenzali) ci sono alcune persone che sono più a rischio di altre sia di contrarre il virus, sia di andare incontro a complicanze che richiedono il ricovero in terapia intensiva e che espongono a un maggior pericolo di morte. Appartengono alla categoria più «fragile» gli anziani e tutti coloro che hanno patologie croniche respiratorie, cardiovascolari o renali, i diabetici e tutti i malati di cancro.

Essere più fragili significa avere maggiori probabilità di ammalarsi di Covid-19? E anche di morirne?
«Si, e anche se per ora non ci sono dati specifici sui malati di cancro è certo che i pazienti con diagnosi di tumore del sangue sono più “delicati” di tutti perché il loro sistema immunitario è maggiormente in difficoltà — spiega Paolo Corradini, presidente della Società Italiana di Ematologia (SIE) —. Le terapie prescritte per curare le neoplasie ematologiche sono spesso immunosoppressive, ovvero hanno l’effetto di annullare (o ridurre moltissimo) le normali difese dell’organismo».

È quello che accade, ad esempio, a chi si sottopone a un trapianto di midollo o a chi viene trattato con le nuove CAR-T. Oppure ai pazienti che devono fare pesanti cicli di chemio o radioterapia per combattere in maniera efficace una neoplasia del sangue più aggressiva. Allora cosa devono fare i pazienti oncoematologici?
«Sono più a rischio delle altre persone, quindi devono avere maggiori attenzioni — sottolinea Corradini, che è anche direttore dell’Ematologia dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano —. Non serve vivere nel terrore, ma in questo periodo devono prendersi cura di sé stessi più del solito: devono essere più attenti di tutti a difendersi dal possibile contagio da Covid-19. È fondamentale che i malati si ripetano come un mantra: “Le stesse misure ripetute mille volte hanno funzionato e bloccato i contagi a Wuhan, in Cina, e nella zona rossa di Codogno. Quindi se mi proteggo è efficace».

Concretamente cosa devono fare ed evitare i malati con un tumore del sangue?


«Seguire le direttive date dal Ministero (quelle emanate appositamente per i pazienti oncologici il'11 marzo si trovano a questo link), le stesse che ormai vengono ripetute da tutte le parti — risponde Sergio Amadori, presidente dell’Associazione Italiana contro leucemie, linfomi e mieloma (Ail) —. Chi ha avuto una diagnosi di leucemia, linfoma o mieloma ed è in terapia deve rispettare queste regole con ancora maggiore scrupolosità degli altri: lavarsi più spesso le mani, mantenere le distanze di sicurezza, evitare luoghi affollati, ristoranti, negozi e locali vari. Usare la mascherina se è necessario entrare in contatto con le persone (ad esempio se si va a fare la spesa o se bisogna recarsi in ospedale per terapie o controlli), mentre si può farne a meno se si passeggia da soli, lontani dalla gente».

Queste regole valgono per tutti i pazienti che hanno ricevuto una diagnosi di neoplasia ematologica o solo per chi sta facendo le terapie ora?


«Sono regole valide per tutti i malati e per chi vive con loro — chiarisce Amadori —. Deve avere uno scrupolo in più chi sta eseguendo ora i trattamenti anticancro o chi ha fatto il trapianto da mesi, ma continua a prendere i farmaci immunosoppressori (molti proseguono anche a distanza di un anno): questo gruppo di pazienti deve uscire solo per recarsi in ospedale se necessario. Per il resto è meglio che deleghi ogni attività quotidiana ai familiari. Meglio non esporsi al contatto con altre persone».

Cosa devono fare i pazienti con diagnosi di tumore del sangue che hanno ormai terminato le cure e stanno solo facendo i controlli?


«Comportarsi come tutte le persone “sane” in questo momento — dice Corradini —, consapevoli che siamo tutti a rischio di Covid-19».

Chi deve solo fare visite ed esami di controllo può posticiparli?


«Spesso sì, ed è esattamente quello che gli ematologi italiani stanno già facendo — spiega il presidente SIE —. Quando è possibile stiamo già chiamando noi ematologi e oncologi i pazienti per rinviare un esame o una visita. Perciò è importante mantenere la calma: valutiamo noi medici caso per caso chi può attendere e chi no. L’obiettivo è sempre lo stesso: salvare il paziente dal possibile contagio col virus. Quindi, se si può evitare il “rischio” di andare in ospedale è meglio».

Chi deve fare chemio o radioterapia è meglio che rinvii le sedute per non andare in ospedale?


«Questo no — risponde Corradini —. Ancora una volta: siamo noi che stabiliamo cosa è meglio per il singolo paziente. Se rimandare un trattamento o un esame di controllo significa rischiare di morire per cancro, perché il tumore avanza, quel trattamento o esame va fatto. E, perché i malati stiano tranquilli, devono sapere che sono stati avviati dei protocolli negli ospedali che mettono in atto procedure specifiche per minimizzare i rischi di contagio da Covid-19. Ci sono specifiche misure all’ingresso degli ospedali e dei reparti, si lavano le mani, si mettono mascherine, si separano le persone per limitare la vicinanza e così via».

I pazienti trapiantati o curati anni fa e ora guariti devono temere di più?


«No, come la popolazione normale — ricorda Amadori —. E come tutti prendere le precauzioni indispensabili».

E quelli che soffrono di sindromi mielodisplastiche e di tutti quei disordini ematologici considerati come uno stadio pre-canceroso?


«Devono avere le stesse cautele di tutti — risponde Amadori —, con un’attenzione in più se stanno seguendo delle terapie perché potrebbero indebolire il loro sistema immunitario e renderli più esposti al contagio. Meglio quindi abbondare con le precauzioni, piuttosto che rischiare di prendere Covid-19».

Chi vuole chiedere consulti in altre città, prima di iniziare le cure, deve rinunciare?


«Meglio riflettere bene — dice il presidente Ail —. I consulti (e dunque gli spostamenti) vanno richiesti solo se urgenti, perché è impossibile rinviare le cure. E solo se si ha una patologia che mette seriamente a rischio la vita del paziente per cui si ritiene indispensabile spostarsi. Ad esempio per fare una terapia che non è disponibile nel centro più piccolo o più vicino a casa. In tal caso è bene consultare il proprio medico di famiglia e l’ematologo di riferimento per capire come muoversi in sicurezza, eventualmente spostandosi in ambulanza».

Cosa fare, infine, se si sviluppano sintomi «strani» o se un familiare manifesta i primi segnali d’influenza?


«Nel primo caso, se si manifestano le possibili avvisaglie di cornonavirus, bisogna chiamare il medico di base o il proprio ematologo e parlare con lui per capire come agire e valutare se è necessario eseguire un tampone per Covid-19 — conclude Corradini —. Se si ammala invece qualcuno in famiglia, oltre a seguire la stessa procedura, è bene fin da subito cercare di vivere separati in casa, in modo da evitare il contagio».