Anemia, che cosa succede al nostro corpo quando manca il ferro


 Stanchezza cronica

Una stanchezza che non passa, inspiegabile. La testa fa male e se ci si guarda allo specchio il pallore è quasi cadaverico. Potrebbe dipendere tutto da un’anemia da carenza di ferro o da un «semplice» deficit di questo minerale, essenziale per l’emoglobina che, nei globuli rossi, trasporta l’ossigeno ai tessuti: un’insufficienza di ferro più o meno accentuata è stimata in circa il 23 per cento degli europei, spesso per colpa di diete scorrette che favoriscono squilibri nutrizionali.

In gravidanza

In alcune fasi della vita la faccenda è tutt’altro che secondaria: durante la gravidanza, per esempio, il fabbisogno di ferro aumenta parecchio e un’eventuale anemia potrebbe portare a nascita prematura, basso peso del neonato, necessità di trasfusioni al momento del parto; peraltro anche il semplice deficit di ferro pare in grado di compromettere la salute di mamma e bambino, con effetti negativi sullo sviluppo neurofisiologico e motorio del piccolo.

Periodi critici

Stando a una recente revisione degli studi sul tema condotta da ricercatori del Centro Regionale Sangue – Servizio Immunotrasfusionale dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, diretto da Mauro Marchesi, un’integrazione di ferro durante l’attesa può però scongiurare l’anemia riducendone il rischio fino al 67 per cento: visti i possibili rischi da carenza, ce n’è per prendere in considerazione i supplementi. Che però in realtà non sempre servono, come sottolinea il coordinatore dello studio, Iosief Abraha: «Il primo, indispensabile, passo è uno screening per l’anemia in gravidanza e un controllo della riserva di ferro per sapere se c’è un deficit. Quindi, l’eventuale intervento deve sempre partire da una valutazione della dieta: se non si introduce abbastanza ferro occorre modificare le abitudini a tavola. Solo dopo, se l’alimentazione non è sufficiente, si passa agli integratori».

Celiaci, malattie infiammatorie, dieta vegana

La gravidanza non è l’unico momento in cui si rischia una carenza perché aumenta il fabbisogno di ferro: anche in caso di infezioni o tumori può accadere, perché il ferro c’è ma non si riesce a utilizzarlo. Questo minerale, poi, può mancare perché se ne assorbe poco: «Succede per esempio nei celiaci, in chi soffre di malattie infiammatorie intestinali o gastrite atrofica, soprattutto in presenza del batterio Helicobacter Pylori, oppure in chi segue una terapia cronica con antisecretori o ha avuto un intervento di bypass gastrico», dice Abraha. «Il ferro può scarseggiare anche perché ne viene “perso” più del normale, come in caso di sanguinamenti occulti da lesioni interne gastrointestinali oppure nelle donne con cicli mestruali molto abbondanti. Un’altra causa possibile è un insufficiente apporto dalla dieta, come può accadere per esempio in chi è vegetariano o vegano».

Niente fai da te

Il ferro si trova infatti in molti alimenti vegetali come legumi, crusca di frumento, frutta secca o verdura a foglia verde, ma abbonda anche in carne e uova, per cui la carenza è un poco più probabile eliminando questi cibi dalla dieta o se si seguono regimi drastici e squilibrati. Aggiustando l’alimentazione molti deficit di ferro si possono risolvere: gli integratori servono se i valori di ferritina (indicatore diretto delle riserve di ferro, ndr) e globuli rossi continuano a essere al di sotto della norma. Il “fai da te” coi supplementi è però del tutto sconsigliabile, perché il motivo della carenza va sempre individuato e anche perché, se servono, solo il medico può valutare il dosaggio giusto calibrandolo in base al deficit, all’età, alla possibilità di effetti collaterali», osserva Abraha. Qualche fastidio infatti non manca, se si è costretti a prendere il ferro per bocca: le formulazioni sono molto migliorate, ma disagi come gusto metallico, nausea, vomito, diarrea, fastidi allo stomaco o prurito sono abbastanza comuni.

Tempo di «cura» a intervalli

«La terapia si protrae per almeno sei settimane, la durata poi dipende da quanto occorre per ripristinare le riserve; in genere, nell’uso a lungo termine è meglio assumere gli integratori a giorni alterni perché quando si prende un supplemento l’assorbimento successivo di ferro si riduce, quindi è bene intervallare le somministrazioni. Per ridurre gli effetti collaterali e migliorare l’efficacia della cura, infine, è opportuno prendere gli integratori lontano dai pasti», conclude l’esperto.

Che cosa succede se il ferro è alto

Che succede se il ferro nel sangue invece è troppo alto? Ricercatori dell’Imperial College di Londra hanno studiato il ruolo di questo minerale in oltre novecento diverse malattie scandagliando i dati di più di mezzo milione di persone: i risultati dell’indagine indicano che avere il ferro naturalmente elevato per motivi genetici porta a un minor rischio di colesterolo alto e di placche aterosclerotiche, ma allo stesso tempo favorisce un rallentamento della circolazione sangue. Questo accresce la probabilità che si formino coaguli e quindi che si verifichino un ictus oppure una trombosi venosa profonda; in più, un eccesso di ferro congenito pare associato anche a un maggior pericolo di infezioni cutanee batteriche. «L’equilibrio del ferro è delicato, anche averne troppo può essere un problema. Sapevamo che lo è per il fegato, questi dati indicano che un eccesso può essere pericoloso pure a livello vascolare», spiega Dipender Gill, l’epidemiologo, che ha condotto lo studio.