Tumore alla prostata, qualità di vita dei malati ignorata dagli studi


 Con 35.300 nuove diagnosi ogni anno, il tumore alla prostata è il tipo di cancro più frequente nei maschi italiani. Statistiche alla mano, il 91 per cento degli interessati è ancora vivo cinque anni dopo la diagnosi: la grande maggioranza dei malati guarisce o convive molti anni con una neoplasia non aggressiva. Eppure chi si occupa di trovare nuove, efficaci, strategie di cura per allungare la loro vita, pensa assai poco alla qualità del tempo in più che avranno da vivere grazie alle terapie. A mettere in luce il problema è un’indagine italiana presentata nei giorni scorsi a San Francisco durante il congresso mondiale sui tumori genitourinari Asco GU.

 

9 sperimentazioni su 10 non segnalano bene gli effetti collaterali

Di effetti collaterali delle terapie anticancro soffrono quasi tutti i malati oncologici, ma secondo le indagini più recenti soltanto un paziente su cinque chiede aiuto. «Anche le sperimentazioni sui nuovi farmaci le trascurano (secondo le stime nove su dieci non segnalano correttamente le conseguenze indesiderate), ma hanno un impatto spesso molto negativo sulla qualità di vita dei pazienti - dice Massimo Di Maio, direttore dell’Oncologia all'Ospedale Mauriziano di Torino e coordinatore della ricerca -. Se correttamente segnalati, però, questi sintomi possono spesso essere combattuti o persino prevenuti. Nel 2018, sono quasi 3 milioni e quattrocentomila gli italiani che vivono dopo una diagnosi di tumore, pari al 6 per cento dell’intera popolazione. Un esercito di persone che convive con disturbi, più o meno gravi, ma che se anche all’apparenza possono sembrare banali, non sono tali per chi li vive in prima persona»

 

Lo studio: qualità della vita neppure valutata

Per lo studio presentato al congresso statunitense, i ricercatori italiani hanno analizzato i dati contenuti in 35 diversi studi di fase III (l’ultima prima dell’autorizzazione di una nuova terapia da parte delle autorità competenti) pubblicati, fra il 2012 e il 2016, su importanti riviste scientifiche, tutti relativi a farmaci per curare il carcinoma prostatico. «La qualità di vita dei partecipanti non è neppure stata presa in considerazione fra gli obiettivi della quasi totalità delle sperimentazioni – sottolinea Laura Marandino, ricercatrice del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino e dell’Istituto oncologico di Candiolo, prima autrice dell’indagine -. E spesso, nei rari casi in cui viene valutata con gli appositi strumenti, i risultati non sono presenti nella pubblicazione del lavoro (anche in quelli che, essendo positivi, portano poi all'introduzione del farmaco nella pratica clinica). Il fenomeno non è italiano, ma mondiale (l’analisi prendeva in considerazione tutti gli studi pubblicati sulle principali riviste internazionale) e abbiamo constatato che il problema riguarda sia gli studi sponsorizzati dalle aziende farmaceutiche che quelli accademici promossi da ricercatori indipendenti».

 

I pazienti chiedano aiuto e segnalino i problemi al medico

«La qualità di vita – aggiunge la giovane scienziata - è invece un aspetto basilare per i pazienti affetti da tumore e le sperimentazioni cliniche dovrebbero valutare accuratamente l’impatto dei trattamenti sul vissuto quotidiano dei malati. Questo è importante in tutti i pazienti, e in particolar modo in quelli con malattia metastatica, nei quali l’equilibrio tra il controllo dei sintomi e gli eventuali effetti collaterali dei farmaci diventa particolarmente delicato». Nella quotidianità dei malati di tumore alla prostata, è fondamentale che il medico tenga conto della tossicità quando prescrive una cura, ma è altrettanto cruciale che il paziente segnali al medico gli effetti collaterali dei trattamenti, in modo da cercare insieme la giusta soluzione per alleviarli e avere una buona qualità di vita.

 

Dolore, stanchezza, sessualità e problemi al cuore

«La qualità di vita dei pazienti affetti da carcinoma della prostata può risentire sia dei sintomi legati alla malattia, sia delle conseguenze indesiderate delle terapie – dice di Maio -. Il dolore, legato principalmente alle metastasi ossee, e la stanchezza cronica possono impattare negativamente sulla vita quotidiana dei pazienti: oggi abbiamo però molte strategie per combatterli. E un aiuto può essere dato anche a chi fa ormonoterapia, soffrendo di vampate di calore, oltre ad avere un rischio di osteoporosi ed eventi cardiovascolari (ci sono ad esempio terapie che possono preservare la salute dell’osso o si possono fare appositi controlli cardiologici). Così come si può dare sostegno, psicologico e fisico, per alleviare l’impatto della malattia sulla sfera sessuale».

 

Il valore di una nuova cura passa anche dalla qualità di vita

Il punto è fondamentalmente uno: che senso ha allungare la vita ai malati se poi il tempo che si dona loro è pessimo? Se gli effetti collaterali delle terapie sono tanti e talmente pesanti da non consentire un’esistenza «dignitosa»? In fondo, quale malato (di cancro o qualsiasi altra patologia) vorrebbe avere più mesi o anni da vivere, per poi trascorrerli fra mille dolori e malanni, magari perdendo autonomia o finendo allettato? «Per questo è importante valutare la qualità di vita – conclude Marandino -. Però misurarla non è semplice (bisogna, ad esempio, scegliere il questionario adatto e fare in modo che i dati di varie ricerche e di diversi pazienti siano poi “paragonabili fra loro) e questo può "scoraggiare" l'inclusione del parametro in una sperimentazione. Anche quando il dato c’è, poi, spesso autori della ricerca e lettori si concentrano sul risultato principale, ovvero sulla nuova cura, se è efficace o meno. Ma appare sempre più evidente che la qualità di vita dev’essere centrale nel valutare il valore di una terapia (anche da parte delle autorità regolatorie quando approvano un nuovo farmaco)».