Tumore al seno, quello che le donne non dicono, ma il rimedio c’è


 I danni della terapia ormonale sull’osso

In Italia sono circa 250mila le donne che ogni anno iniziano una terapia ormonale con inibitore dell’aromatasi per un tumore mammario e sono soggette dunque a un’alterazione della mineralizzazione ossea. «E il numero tenderà a aumentare se si pensa che la terapia adiuvante attualmente dura 5 anni, ma ci sono evidenze che mostrano un beneficio nell’estenderla fino a 10 anni – dice Alba Brandes, presidente del con congresso e direttore dell’Oncologia Medica all’IRCCS Scienze Neurologiche di Bologna -. Gli inibitori degli aromatasi riducono gli estrogeni a un livello estremamente basso: questo meccanismo d’azione da una parte è funzionale e protettivo per il seno, dall’altra produce però una notevole accelerazione del riassorbimento osseo che produce un danno della struttura ossea». Nelle donne più giovani, poi, il salto da una situazione ormonale tipica dell’età fertile al blocco degli estrogeni è ancora più problematico.

Solo una donna su 4 che fa ormonoterapia prende i farmaci (gratuiti) contro l’osteoporosi

«A preoccupare è soprattutto il fatto che soltanto una donna su quattro che fa ormonoterapia riceve il trattamento indicato per i disordini del metabolismo dell’osso spiega l’esperta -. Le linee guida evidenziano che il rischio di fratture è elevato già nel primo anno dall’inizio della terapia ormonale adiuvante e non è correlato all’età della paziente. In base all’aggiornamento della nuova nota 79 dell’Agenzia Italiana del Farmaco e alla ridefinizione dei criteri di rimborsabilità da parte del nostro Ssn basta iniziare la terapia con inibitori dell’aromatasi per poter accedere al rimborso dei farmaci indicati contro l’osteoporosi (bifosfonati quali alendronato, risedronato e ibandronato alle stesse dosi utilizzate nell’osteoporosi postmenopausale; acido zoledronico 5 milligrammi una volta l’anno e denosumab 60 milliggrammi ogni 6 mesi)».

Problemi della sessualità per oltre sei donne giovani su dieci

Circa una donna su quattro con tumore al seno non è ancora in menopausa al momento della diagnosi. «Il 62 per cento delle pazienti in età fertile al momento dell’intervento lamenta netto calo del desiderio sessuale, ferita dell’immagine di sé (per l’intervento al seno che fa sentire la donna spesso sminuita nella sua bellezza e desiderabilità), comparsa di linfedema e di progressive limitazioni funzionali, presenza di gravi sintomi menopausali, difficoltà di lubrificazione con secchezza vaginale e dolore ai rapporti, difficoltà o impossibilità all’orgasmo per il dolore, insoddisfazione sessuale – dice Brandes -. Le interessate spesso però tacciono per pudore. È necessaria una maggiore disponibilità dei medici a parlare anche di sessualità con le pazienti: è infatti stato documentato che solo il 15% tra le donne operate al seno riesce ad affrontare i problemi sessuali con il proprio medico e il 62% ne parla apertamente con il compagno».

Problemi della sessualità: i rimedi esistono

Quali sono i possibili rimedi? «È possibile agire sulla donna e sulla coppia riducendo alcuni sintomi legati alla menopausa con due linee di intervento – chiarisce Brandes -. Primo, in caso di tumori ormono-dipendenti attraverso l’utilizzo di alcuni antidepressivi di ultima generazione come la paroxetina alla dose minima efficace, del gabapentin (un farmaco antiepilettico che si è dimostrato utile per le vampate) e dei fitoestrogeni. Secondo, in caso di tumori non ormono-dipendenti, attraverso l’utilizzo della terapia ormonale sostitutiva, inclusiva del testosterone (se indicato) per curare i sintomi e ricreare le condizioni biologiche per migliorare la funzione sessuale. Inoltre, si può ridurre il dolore durante i rapporti mediante esercizi finalizzati a rilassare il muscolo che circonda la vagina la cui contrazione provoca dolore e mediante stretching pelvico e automassaggi».

Fertilità compromessa per 35mila donne

Circa 35mila donne con diagnosi di tumore mammario manifestano problemi riguardanti la propria fertilità, che può essere compromessa da qualsiasi trattamento che riduca il numero dei follicoli primordiali, che colpisca l’equilibrio ormonale o che interferisca con il funzionamento degli organi genitali. La chemioterapia riduce la riserva ovarica e gli effetti gonado-tossici sono influenzati dall’età (ovvero il rischio di amenorrea è più alto in donne con più di 40 anni), dalla riserva ovarica individuale, dal tipo e dosaggio di chemioterapia e dal tipo di tumore.

Così si può salvare la possibilità di diventare mamme

Quali sono le principali tecniche di preservazione della fertilità? «Le opzioni attuali – conclude Brandes – includono la criopreservazione dell’embrione, che è attualmente l’approccio più efficace. La percentuale di sopravvivenza di cosa varia tra il 35 e il 90% a seconda dei centri di riferimento, mentre la percentuale di impianto riuscito è tra l’8 e il 30%. La criopreservazione di tessuto ovarico è un metodo veloce, facile, poco costoso che consiste nelle crioconservazione di strisce di corticale dell’ovaio. C’è poi il trattamento con analoghi del GnRH : l’obiettivo è tenere a riposo l’ovaio mediante la soppressione delle gonadotropine ipofisarie così da ridurre la vulnerabilità ovocitaria a chemioterapici. La crioconservazione di ovociti maturi è invece una tecnica problematica con un tasso di gravidanze riuscito del 2% circa, mentre la crioconservazione di ovociti immaturi dopo la maturazione in vitro è indicata in pazienti selezionate e che hanno una riserva ovarica adeguata per il recupero di un numero sufficiente di ovociti. Meno utilizzate sono la schermatura ovarica per ridurre la dose di radiazioni ricevuta e la trasposizione ovarica».