Tumori, chi sceglie terapie alternative ha più probabilità di morire


 Sono per lo più giovani, con un’ottima istruzione, una buona salute e un bel conto in banca. Chi rifiuta le terapie standard per affidarsi ad alternative non approvate ufficialmente (di solito spacciate per efficaci e meno tossiche) rischia però davvero tanto. Un ampio studio americano ha fatto i conti su malati con un tumore non metastatico: dopo 5 anni dalla diagnosi era vivo il 78,3% di chi si è affidato alla medicina tradizionale e soltanto il 54,7% di chi ha scelto cure non riconosciute dalla scienza. Grazie ai successi della ricerca scientifica, diagnosi precoce e nuove cure hanno invece reso il cancro una malattia sempre più curabile.

 

Lo studio su quasi due milioni di americani

I ricercatori della Yale School of Medicine hanno analizzato i dati raccolti nel database del registro tumori statunitensi relativi a quasi due milioni di persone che hanno ricevuto una diagnosi di cancro non metastatico a seno, prostata, colon retto o polmoni tra il 2004 e il 2013. Tra queste, 281 pazienti hanno rifiutato le terapie convenzionali per affidarsi a uno o più trattamenti alternativi. «Trattandosi di tumori non metastatici le probabilità di successo delle cure sono migliori, spesso si può anche arrivare alla guarigione - precisa Skyler Johnson, primo autore dell’indagine pubblicata sul Journal of the National Cancer Institute -, ma dopo 5 anni dalla diagnosi era vivo il 78,3% di chi si è affidato ai trattamenti standard e soltanto il 54,7% di chi ha scelto trattamenti di non comprovata efficacia, somministrati da personale non medico».

Il rischio di morire per tumore raddoppia o persino quintuplica

Spiega Carmine Pinto, direttore dell’Oncologia Medica al Clinical Cancer Centre IRCCS di Reggio Emilia: «Le analisi (approfondite anche sulla rivista Jama) indicano che il rischio di morte per chi si sottoponeva a terapie alternative aumentava di 5 volte per i pazienti con tumore della mammella (riducendo la sopravvivenza a 5 anni dall’86,6% al 58,1%), di 4 volte per il tumore del colon-retto (con sopravvivenza che passava dal 79,4% al 32,7%), di 2 volte per il tumore del polmone (sopravvivenza ridotta dal 41,3% al 19,9%). La differenza appare invece minore in caso di cancro alla prostata (dal 95,4% all’86,2%), in quanto circa il 75% dei pazienti presentava una malattia a bassa aggressività con un andamento indolente, che spesso può prevedere soltanto controlli periodici e nessun trattamento».

Chi sceglie le cure alternative?

Dai dati raccolti emerge anche un identikit di chi, davanti a una diagnosi di cancro, è più propenso a scegliere le cure alternative: femmine, giovani, in migliori condizione di salute generali, con livelli d’istruzione e un reddito più elevati.«Sono persone che credono, in virtù della loro educazione e dei loro introiti, di saper scegliere bene anche da sole - dice Giordano Beretta, presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica -. Che pensano di potersi permettere qualcosa “meglio” delle terapie standard e di essere in grado di valutare per se stessi senza affidarsi ai medici e alla scienza. Il fatto che siano giovani e godano generalmente di buona salute, poi, rende migliore la loro sopravvivenza al cancro».

Cure alternative: un business da 34 miliardi di dollari l’anno

«Un caso molto noto è quello di Steve Jobs, deceduto 2011 per un carcinoma del pancreas, che inizialmente si era affidato a terapie alternative e solo in un secondo tempo alle terapie mediche convenzionali - sottolinea Pinto -. Non dimentichiamo che la medicina alternativa, che solo negli Stati Uniti rappresenta un business da 34 miliardi di dollari, oltre ad essere inefficace e ritardare le cure appropriate, non è esente da effetti tossici anche gravi e potenzialmente mortali. I falsi miti sui tumori sono ancora troppo diffusi, ma se analizzati uno alla volta è facile capire che non hanno alcun fondamento».

Perché scegliere cure non scientificamente approvate?

«La maggior parte dei pazienti che decidono di rifiutare le terapie standard è mossa dal timore della tossicità e degli effetti collaterali - risponde Francesco Cognetti, presidente della Fondazione Insieme Contro il Cancro -. Inoltre, spesso, non parlano con gli oncologi dei loro dubbi e pensieri perché ritengono che non siano “aperti” a nuove cure, perdendo così l’occasione di farsi spiegare i motivi per cui una “cura alternativa” non è stata approvata dalla scienza e non viene proposta da medici e centri di cura di grande esperienza».

Cure alternative e complementari: c’è una grande differenza

Prima di analizzare le più “famose” cure alternative, è necessario fare una distinzione con quelle definite invece come complementari: «Le terapie alternative (lo dice la parola stessa) sono utilizzate in sostituzione ai trattamenti standard (chirurgia, radioterapia, chemioterapia, farmaci target o immunoterapia) con l’intento di curare il cancro - illustra Beretta, che è responsabile dell’Oncologia Medica di Humanitas Gavazzeni a Bergamo -. Mentre le terapie complementari (per esempio yoga, agopuntura, erbe o integratori, solo per citarne alcuni) sono utilizzate dai pazienti in aggiunta alle cure standard, per alleviare i sintomi, attenuare gli effetti collaterali, ridurre lo stress. Ma, attenzione, non sono tutte uguali: alcune cure complementari sono efficaci, a prova di scienza. Altre no. Possono anzi essere molto dannose. Per questo è sempre bene parlarne con l’oncologo».

Il siero di Bonifacio

Liborio Bonifacio era un veterinario di Agropoli, in provincia di Salerno, che negli anni Sessanta del Novecento sosteneva di aver prodotto un siero in grado di curare il cancro. Secondo lui il liquido, ricavato dalle feci e dall’urina di capra, poteva riuscire a guarire da ogni tipo di tumore, perché quegli animali ne erano naturalmente immuni grazie ai loro villi intestinali. «In quegli anni il clamore mediatico fu così forte da spingere l’allora ministro della Sanità, Camillo Ripamonti, ad avviare una sperimentazione sui pazienti. Non avendo il siero basi scientifiche, il protocollo fallì miseramente, ma non ha messo a tacere il veterinario di Agropoli che, per tutta la vita, ha continuato a distribuire il suo siero miracoloso» racconta Pinto.

 

La terapia di Bella

Alla fine degli anni Novanta alcune associazioni di pazienti oncologici, con il sostegno e l’amplificazione di tv e giornali, organizzano una campagna per chiedere la rimborsabilità dei farmaci contenuti nella terapia antitumorale proposta da Luigi Di Bella, medico modenese che da anni la somministrava privatamente ai suoi pazienti, dichiarandone l’efficacia nel contrastare, o addirittura bloccare, neoplasie di diversa natura. «Il Ministero, però, non riesce a ottenere dal dottor Di Bella la documentazione scientifica che possa avvalorare questa soluzione terapeutica e decide allora di avviare una propria verifica sperimentale - dice Cognetti, direttore dell’Oncologia Medica all’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma -. Nel febbraio 1998, un decreto legge autorizza il finanziamento e l’esecuzione di un programma di sperimentazioni per testare la Di Bella, sotto la supervisione dell’Istituto Superiore di Sanità». Il responso lascia poco spazio ai dubbi: «Non emerge alcuna evidenza che il trattamento multiterapia Di Bella sia dotato di una qualche attività antitumorale di interesse clinico».

Il bicarbonato di sodio

La premessa di questa alternativa è: il cancro è un fungo che si cura con il bicarbonato. «I tumori non hanno nulla a che vedere con i funghi – precisa Pinto - e pare che questa bizzarra idea nasca dal fatto che “le masse cancerogene sono sempre bianche”. Un’affermazione che non ha alcuna base scientifica e che può essere facilmente confutata cercando in internet immagini di tumori asportati da chirurghi o analizzati in laboratorio dai patologi. I sostenitori di questa teoria dicono che il cancro è causato da un’infezione fungina e che per curarlo bisognerebbe iniettare bicarbonato di sodio, che in realtà non viene utilizzato neppure per trattare le infezioni fungine vere e proprie».

Il veleno di scorpione blu cubano

Questa vicenda nasce all’inizio degli anni Duemila, a Cuba, dove i ricercatori annunciano di aver messo a punto una nuova terapia: il Vitadox, un prodotto anticancerogeno derivato da una tossina dello scorpione blu (un veleno estratto colpendo con una piccola scarica elettrica i grandi scorpioni, ma senza ucciderli) allevato appositamente. Secondo i produttori, il Vitadox, in circa 10mila malati di cancro, ha «migliorato la qualità della vita» e «rallentato la crescita del tumore», senza tuttavia curarlo definitivamente. Insomma, un buon rimedio palliativo che sembra agire contro l’angiogenesi, cioè i nuovi vasi sanguigni che il tumore crea per “alimentarsi”. Grazie al tam tam su internet, le ambasciate cubane in varie parti del mondo sono state subissate di richieste. I “viaggi della speranza” si sono moltiplicati, così come il via vai di corrieri del farmaco, alcuni veri e propri speculatori. Con cicli di cura “spacciati” a circa mille euro a confezione per un mese di cura.

Il metodo Hamer

Pur essendo stato radiato dall’albo dei medici nel 1981, e la sua teoria sconfessata da più parti, Ryke Geerd Hamer suscita ancora adesione in alcuni malati di cancro. Questo ex medico tedesco, inventore della cosiddetta «Nuova medicina germanica», sosteneva che alla base della malattia ci fossero squilibri psichici causati da traumi improvvisi e drammatici che portano a conflitti biologici, a loro volta precursori del cancro. Hamer, infatti, incolpava il trauma per la morte del figlio Dirk (ucciso da un colpo partito dalla carabina di Vittorio Emanuele di Savoia nel 1978) per essersi ammalato di tumore dei testicoli e da questo evento drammatico ha estrapolato la sua teoria. «Di conseguenza secondo la teoria di Hamer, i tumori non si curerebbero con i farmaci, ma risolvendo il conflitto che li ha causati - precisa Pinto -. Questa fantasiosa teoria, sebbene completamente priva di una qualsivoglia base scientifica, ha indotto diversi malati di tumore a non intraprendere o a abbandonare trattamenti antitumorali efficaci».

Le diete che modificano il livello di acidità del sangue o prive di zuccheri

«Non esiste un alimento che provochi l’insorgenza del cancro, così come non ne esiste uno che in assoluto la impedisca - sottolinea Beretta -. I regimi alimentari ipocalorici o quelli che non prevedono certe vitamine non proteggono l’organismo dalle neoplasie. Seguire una dieta vegetariana o vegana non è condizione sufficiente per non ammalarsi di cancro. Una teoria del tutto priva di fondamento scientifico sostiene che chi si nutre di cibi acidi incrementi l’acidità del sangue favorendo il rischio di insorgenza di tumore. Per evitare questo rischio secondo questa teoria bisogna aumentare l’apporto nella dieta di cibi alcalini sani, come ortaggi verdi e frutta. Questa ipotesi non ha alcun fondamento scientifico in quanto il nostro organismo regola i livelli di acidità e alcalinità di cui necessita e si libera degli eccessi». L’uso di dosi elevate di vitamine (in particolare A, C, E) si basa sul presupposto che la loro somministrazione ad un alto dosaggio possa presentare un’attività antitumorale. Non è stato in alcun modo dimostrato che assumere dosi elevate di vitamine sia utile per la prevenzione e la terapia dei tumori, mentre molti studi clinici hanno evidenziato che l’abuso di queste sostanze (come per esempio la vitamina A) può causare patologie anche gravi.

La cartilagine di squalo

La storia comincia negli anni ‘70 quando alcuni studiosi americani della Johns Hopkins School of Medicine identificarono nella cartilagine di squalo alcuni fattori anti-angiogenetici: inibendo la formazione di vasi sanguigni nei tessuti, i medicinali anti-angiogenetici erano al tempo considerati (e si sono poi effettivamente rivelati) una delle strade più promettenti nella lotta contro il cancro. Sulla base di queste ricerche il medico statunitense William Lane pubblicò nel 1992 un libro che diventò un best seller: «Sharks don’t get cancer» (gli squali non si ammalano di cancro), nel quale prometteva di curare il cancro somministrando cartilagine di squalo per via orale. Nonostante tutte le sperimentazioni effettuate in questi decenni abbiano respinto l’ipotesi, grazie alla pubblicazione è nata e tuttora fiorisce un’industria di integratori a base di cartilagine di squalo che promettono di trattare, oltre al cancro, numerose altre malattie. E che nel frattempo ha causato anche lo sterminio di questi pesci (nel solo Nord America nelle scorse decadi il loro numero è diminuito dell’80 per cento).

 

Erbe, piante, integratori, fiori di Bach

La ricerca di sostanze di origine «naturale» (in particolare provenienti dal mondo vegetale) per la prevenzione e la terapia dei tumori è sempre stato un diffuso ambito di interesse e anche frequentemente di utilizzo improprio. Dall’aloe vera, una pianta medicinale tra le più usate dai malati di tumore come trattamento di supporto durante o dopo una chemioterapia, al viscum album(vischio) al cocktail di erbe Essiac (radice di bardana, olmo, acetosella e rabarbaro indiano) messo a punto da un’infermiera canadese; dal selenio e altri “antiossidanti” al tè verde e vari “immunostimolanti”. L’ultima notizia è di marzo 2018: una giovane donna siciliana tenta di curare il cancro al seno con i fiori Bach e muore. Questo metodo, messo a punto dal medico inglese Edward Bach oltre 60 anni fa, sostiene l’ipotesi di intervenire sulla componente psicologica del paziente affetto da tumore, migliorandone gli stati d’animo come malinconia, aggressività, paura o senso di solitudine. A tal fine si basa sull’utilizzo delle potenziali proprietà di 38 varietà di fiori selvatici (tra cui olmo, olivo, pino, genziana, cicoria, quercia) che, dopo colloqui, vengono selezionati e scelti per il paziente. «Per nessuno di questi elementi, sostanze o combinazioni è stata ad oggi scientificamente riconosciuta un’evidente attività antitumorale in clinica, su malati, che ne possa sostenere l’impiego con una finalità di cura» spiega Pinto.

«Laetrile» (o amigdalina)

Il laetrile è un composto conosciuto anche con i nomi di amigdalina, vitamina B17 o laevo-mandelonitrile, presente in noccioli di mandorle, albicocche e di altri frutti. La sua potenziale attività antitumorale è stata ipotizzata per un’azione tossica nei confronti delle cellule neoplastiche, che presentano un enzima in grado di scindere il laetrile determinando la formazione di cianuro, composto che produce la morte delle cellule stesse. L’efficacia del laetrile in clinica non è stata mai dimostrata e inoltre può produrre importanti effetti tossici in relazione alle dosi somministrate.

La terapia Gerson

Max Gerson, l'inventore della cosiddetta terapia che porta il suo nome, era un medico tedesco che nel 1933 emigrò negli Stati Uniti per sfuggire alle persecuzioni naziste contro gli ebrei e iniziò a lavorare in un ospedale statunitense. Nel 1945 pubblicò un articolo in cui illustrava la sua teoria, che si basa su una serie di presupposti non scientifici, tra i quali che il cancro sia il risultato di uno squilibrio metabolico indotto dall'accumulo di sostanze tossiche nell'organismo. Propone una dieta vegana e priva di grassi (tranne l'olio di lino), con l'aggiunta di supplementi vitaminici, enzimi pancreatici e diversi clisteri di caffè al giorno. Gli studi condotti hanno dimostrato che non si ottiene alcun miglioramento con questo tipo di regime, ma si rischiano effetti collaterali gravi come squilibri tra sodio e potassio, potenzialmente pericolosi per il funzionamento cardiaco. Di Gerson e della sua bislacca terapia si sarebbe probabilmente perduta traccia se la figlia Charlotte non avesse fondato (nel 1979 in Messico) il Gerson Institute, che porta avanti le teorie del padre. La pratica del metodo è fuorilegge negli Stati Uniti. Diversi medici (e non medici) continuano a proporla ai pazienti in molti Paesi, Italia compresa.