Caccialanza: “Supporto nutrizionale parenterale precoce per 7 giorni efficace in pazienti oncologici malnutriti”. Lo studio italiano


 


Apportare un supporto nutrizionale parenterale in pazienti oncologici, ospedalizzati con carenze nutrizionali per un periodo di 7 giorni, equivalente ad una degenza media, può permette di colmare gap proteico-calorici e migliorare quindi i parametri nutrizionali. A rivelarlo è uno studio bicentrico condotto dal team coordinato da Riccardo Caccialanza, Direttore dell’UOC di Dietetica e Nutrizione Clinica del Policlinico San Matteo di Pavia, su 131 pazienti oncologici presso la fondazione IRCCS Policlinico san Matteo di Pavia e l’Istituto Veneto di Oncologia IRCCS di Padova.

La malnutrizione è comune nei pazienti oncologici e incide negativamente sulla tolleranza al trattamento, sulla sopravvivenza e sulla qualità della vita. È noto che lo stato nutrizionale tende a peggiorare durante l’ospedalizzazione e che un supporto nutrizionale inadeguato può influenzare negativamente non solo la nutrizione stessa, ma anche la prognosi dei pazienti oncologici. Negli ultimi anni, si è fatto più evidente come una maggiore tossicità del trattamento e una prognosi peggiore siano associati a perdita di massa corporea magra, che porta a sarcopenia. Per questo motivo, nei pazienti oncologici dovrebbe essere preso in considerazione un supporto nutrizionale più proattivo o intensivo.

“Lo studio nasce dall’idea di valutare se in una categoria di pazienti fragili, come quelli oncologici con grosse implicazione dal punto di vista dello stato nutrizionale, un supporto che permetta in poco tempo di colmare il gap proteico-calorici possa essere efficace in breve tempo”, commenta Caccialanza. “Sulla nutrizione parenterale – prosegue – si sa molto poco a livello di risultati durante l’ospedalizzazione e i pochi studi che ci sono, riguardano principalmente i trattamenti a medio e lungo termine, oppure si concentrano sulle terapie intensive o su setting più critici. Io mi sono sempre chiesto, ma apportare un supplemento nutrizionale ad un paziente per 7 giorni, durante il periodo di degenza, può avere senso per colmare i gap nutrizionali oppure no?”, si è chiesto Caccialanza, e da qui è partito lo studio i cui risultati sembrano dargli ragione. “In una sola settimana di trattamento abbiamo registrato un aumento dell’angolo di fase di 0,25 punti e un aumento dell’angolo di fase standardizzato di 0,33 punti; abbiamo guadagnato 2 kg di forza muscolare e quasi 4 ml/dL di prealbumina sierica – precisa l’esperto – Questo evidenzia come una nutrizione parenterale fatta anche per pochi giorni, ma precocemente e ben monitorata, personalizzata, possa compensare realmente i deficit proteico-calorici del paziente oncologico”.

Oltre al miglioramento della composizione corporea, della forza muscolare e dei livelli di prealbumina sierica, dallo studio emergono due questioni fondamentali: i tempi di inizio del trattamento di nutrizione parenterale e la quantità di proteine e calorie da fornire. Per quanto riguarda il primo punto, “questo lavoro pone le basi per andare ad indagare questo approccio anche in pazienti in fase precoce di malattia. Il supplemento nutrizionale non va riservato solo alle fasi avanzate di malattia e anzi per essere davvero efficace deve essere fatto precocemente”, precisa Caccialanza.  Per quanto riguarda invece il fabbisogno calorico-proteico, “i pazienti arruolati hanno ricevuto più calorie di quanto previsto dalle linee guida e, nonostante questo, sono stati raggiunti tutti gli endpoint prefissati, senza particolari effetti collaterali che sono stati corretti in maniera immediata durante il trattamento. Ciò dimostra quindi che si può adottare un approccio leggermente più aggressivo pur rimanendo in sicurezza”, specifica. Le linee guida prevedono, infatti, un apporto calorico di 25-30 kcal/kg al giorno e un apporto proteico che può arrivare a 1,5 g/kg al giorno. Nello studio invece l’apporto calorico-proteico medio è stato rispettivamente di 36 kcal/kg al giorno e  1,6 g/kg al giorno.

“Siamo consapevoli di aver avuto dei risultati su degli endpoint secondari di efficacia, ma sono comunque endpoint legati alla prognosi. Grazie ai promettenti risultati ottenuti, il prossimo passo sarà puntare a degli endpoint primari quali ad esempio la sopravivenza o la tossicità indotta da chemioterapia su categorie di pazienti omogenee dal punto di vista della diagnosi e delle tempistiche di questa, per un impatto clinico maggiore”, precisa l’esperto. “L’unico modo che abbiamo per essere realmente efficaci in oncologia è anticipare lo ‘scadimeto’ nutrizionale e la nutrizione parenterale personalizzata, basata sui fabbisogni del paziente, può essere in quest’ottica una strategia vincente”, conclude Caccialanza.